La mafia devota
Esiste un Dio dei mafiosi? Qual è
il rapporto tra gli uomini d’onore e la religione? Fin dalle origini, la mafia
ha attinto alla simbologia cattolica per rinsaldare i legami tra i suoi
associati e attribuire dignità alle proprie azioni, creando una ‘religione
capovolta’ a propria misura, cercando compiacenza e complicità tra i ministri
del culto. L’assassinio per mano mafiosa di padre Pino Puglisi giunge al termine
di un lento e difficile processo di maturazione che ha portato le gerarchie
ecclesiastiche a una più critica sensibilità verso le ragioni della legalità.
Resiste ancora oggi, tuttavia, una Chiesa dalle molte anime, in cui l’opera dei
sacerdoti impegnati a diffondere sul territorio una pastorale antimafiosa si
scontra spesso con l’atteggiamento di condiscendenza che altri religiosi
mostrano per le ragioni del popolo di Cosa Nostra. Una Chiesa divisa, dunque, da
cui il sistema di potere mafioso tenta di ricavare il massimo profitto in
termini di strumentale legittimazione. In questo libro si racconta
una storia difficile. Attingendo ad articoli di cronaca, saggi, documenti
giudiziari e parlamentari, fino ai risultati di una ricerca empirica condotta su
un campione significativo di parroci siciliani, le sue pagine sondano, scavano e
fotografano, interpretano scenari complessi che non si lasciano liquidare entro
schemi monolitici: non esiste una sola mafia, come non esiste una sola Chiesa.
Pentiti
Perché i pentiti si pentono? E cosa pensano i
siciliani dei pentiti? Queste due domande, apparentemente assai diverse, hanno
invece una stretta correlazione tra loro. In un contesto in cui le strategie
comunicative delle principali organizzazioni malavitose sono orientate a ridurre
al minimo il valore dello scambio verbale, enfatizzando le potenzialità
simboliche dei gesti, degli sguardi, del non-detto, è da sempre considerata
cruciale la scelta del silenzio. Così come la violazione della regola che lo
impone sta a significare un malessere, una frattura che inevitabilmente incide
sulla vita dell’intera organizzazione.
Il volume guarda al fenomeno del pentitismo in un’ottica di ampio respiro, storico,
sociologico, giuridico: solo in questo modo è possibile valutare quanto il
cambiamento introdotto dalla rottura delle regole omertose abbia influito non
solo sulla struttura delle reti criminali, ma anche sulla società civile e sulle
istituzioni del nostro Mezzogiorno.
A una ricostruzione della complessa
legislazione sul pentitismo e del retroterra storico in cui l’istituto dei
collaboratori di giustizia si è imposto ai tempi del maxiprocesso, fa seguito
un’indagine sul campo, che restituisce la percezione diffusa e il giudizio
ambivalente sulla figura del pentito di mafia. Attraverso una serie di domande
rivolte a persone differenti per età, sesso, istruzione, orientamento politico,
e residenti nelle nove province siciliane, si è cercato di stabilire quanto a
una valutazione d’impatto negativa corrisponda nei cittadini una effettiva
conoscenza della realtà giudiziaria e quotidiana dei collaboratori di
giustizia.
Sistemi criminali e metodo mafioso
La dimensione politica e le relazioni internazionali delle mafie non sono certo
una novità, se è vero che già negli anni Settanta, Stefano Bontate, capo della
famiglia palermitana di S. Maria del Gesù, mentre intesseva rapporti con il
gotha delle istituzioni siciliane e nazionali, fondava consorzi d'impresa con
famiglie camorriste e con gruppi della 'ndranghe-ta e gestiva imponenti traffici
illegali attraverso collegamenti che spaziavano dalla "Fratellanza Corsa" ai
marsigliesi fino ai signori dell'oppio del Triangolo d'Oro e coinvolgendo
trafficanti e faccendieri turchi, greci e ciprioti. Ma negli ultimi decenni
uomini d'onore, camorristi e 'ndranghetisti hanno intensificato queste relazioni
e sempre più sono venuti alla ribalta, nelle inchieste e nei processi di mafia,
organizzazioni criminali straniere, professionisti e colletti bianchi,
operazioni di riciclaggio e mercati internazionali. All'esito di questo percorso
un problema si apre per studiosi e operatori: esiste un metodo unitario che
accomuna vecchie e nuove mafie favorendone l'espansione nella sfera pubblica e
in ampi settori dei mercati finanziari? E ancora: se le mafie si fanno sistemi e
reti di rapporti, non c'è anche una espansione del metodo mafioso come modalità
diffusa dell'agire politico ed economico?
Dizionario di mafia e antimafia
Il tentativo di scrivere una storia della mafia e dell'antimafia attraverso
parole chiave, scontando le semplificazioni e le omissioni che l'operazione,
inevitabilmente, comporta, può, a prima vista, apparire ingenuo o velleitario.
C'è, invece, alla sua base, una ragione semplice quanto essenziale. Nella crisi
che caratterizza questo primo scorcio di secolo una parte importante hanno le
parole, la loro perdita di significato, il loro uso improprio e distorto.
Termini come riforme, libertà, democrazia, legalità sono quotidianamente
utilizzati per designare concetti diversi da quelli che li hanno connotati nei
secoli, così contribuendo a cambiare la cultura e, indirettamente, le regole
della convivenza. Ciò è particolarmente evidente con riferimento a fenomeni come
le mafie. Anni di stragi e di mobilitazione civile hanno reso poco presentabile
l'affermazione esplicita che «la mafia non esiste»: assai più agevole (e
redditizia) è la vulgata secondo cui essa è un fenomeno arcaico e non
necessariamente violento, solo occasionalmente intrecciato con la politica e con
l'economia, ormai sotto controllo da parte dello Stato, in ogni caso costituente
una presenza fastidiosa ma marginale con cui è necessario (e possibile)
convivere. Si ripropongono così - appena un po' aggiornati - orientamenti
interpretativi classici sulla associazione mafiosa come aggregazione di persone
finalizzata alla reciproca assistenza e fondata su pratiche arcaiche e curiose:
riunirsi in cantine, praticare un giuramento di fedeltà (n on si sa bene a cosa)
e bruciare santini o pungersi con un ago, o con uno spillo, o con una spina di
arancia. E, parallelamente, il controllo mafioso sull'economia viene di fatto
valorizzato come fattore di ordine e di stabilità, inidoneo a provocare allarmi.
Contro questa deriva nasce il Dizionario: per offrire anche ai più giovani (a
partire dalla scuola) strumenti di analisi adeguati alla realtà di un fenomeno
criminale che - continuiamo ad esserne convinti - ha inquinato e inquina la
democrazia e la libertà di tutti.
La violenza tollerata
Partendo da una provocatoria riflessione sul pensiero autoritario e da
un’attenta lettura del rapporto tra libertà e sicurezza analizzate all’interno
dell’ottica del potere, gli interventi contenuti nel volume offrono spunti di riflessione per ragionare su argomenti di pressante
attualità. Studiosi e magistrati – ciascuno nella specificità del proprio ruolo –
affrontano il controverso problema di un mondo in cui è sempre più difficile
trovare spazi di espressione della propria soggettività preservando capacità e
possibilità di scelta, all’interno di un reticolo stringente di relazioni, di
uno scenario che appare sempre più interconnesso e globalizzato e in cui la
definizione di “devianza” è sempre più spesso frutto di una scelta strategica
per operare forme di esclusione e di controllo sociale. Lungo il confine
labile che separa “normalità” e “devianza”, gli autori esplorano zone ambigue e
sfuggenti della marginalità sociale, luoghi dove la violenza è esibita e
tollerata, nel tentativo di individuare nuove forme e nuovi strumenti di
interpretazione della realtà.
