Un'autorevole bibliografia scientifica (Albanese 1999; Armao 2000, Lupo 1996; Ruggiero 1996, 1999; Sciarrone 1998) che prende le mosse dall'esito di una gran mole di inchieste giudiziarie e dalle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, delinea il quadro composito delle presenze criminali di matrice mafiosa, territorialmente strutturate nel Mezzogiorno del nostro Paese. I gruppi che operano con uno storico radicamento in questa parte di territorio, si caratterizzano per la presenza di un nucleo di persone legate da vincoli omertosi di solidarietà criminale, spesso cementati da rapporti di parentela o affinità, a cui si affianca una base più ampia di soggetti con funzioni esecutive e di supporto, che assicurano il loro apporto alla realizzazione degli obiettivi criminali. Una fitta rete di collegamenti nel mondo dell'economia, della politica e delle istituzioni assicurano, infine, il funzionamento di quello che è stato definito un perfetto network mafioso (Allum/Siebert 2003; Nelken 1998; Sciarrone 2002; Sterling 1990, 1994; Williams 1998).
I tre principali gruppi operanti in questa vasta area del nostro Paese (Cosa Nostra, Camorra e ‘Ndrangheta) hanno spesso incrociato le loro attività e le loro sorti, pur mantenendo integre nel tempo alcune peculiarità comportamentali, culturali e organizzative che possedevano in origine, al punto da sospingere i ricercatori e gli studiosi a indagare sul rapporto che ne ha cementato l'alleanza, per verificare quanto essa abbia prodotto in termini di omologazione, di scambio osmotico o, al contrario, di resistenza e conservazione.
L'esistenza di stretti rapporti tra Cosa Nostra e Camorra è risalente nel tempo. Più di recente, alla fine degli anni ottanta, ai legami tra la famiglia mafiosa dei Corleonesi e quella camorrista dei Nuvoletta, aveva accennato il capomafia Giuseppe Di Cristina, prima di essere assassinato durante la guerra di mafia; le sue dichiarazioni avrebbero poi trovato riscontro nelle rivelazioni di Tommaso Buscetta e in quelle di Salvatore Contorno. Secondo Buscetta, i Nuvoletta - appartenenti a uno storico gruppo camorrista del napoletano - erano stati combinati a pieno titolo uomini d'onore ed erano alle dirette dipendenze di Michele Greco; gli stessi, come Buscetta aveva saputo da Gaetano Badalamenti, intrattenevano ottimi rapporti con il gruppo dei Corleonesi, tanto da aver procurato dei sicuri rifugi per la latitanza in territorio campano agli uomini di Luciano Leggio e Salvatore Riina. Del pari, Salvatore Contorno ha dichiarato di aver partecipato a due riunioni (nel 1974 e nel 1979) nelle tenute agricole dei Nuvoletta, a Marano di Napoli, per discutere di problemi relativi alla gestione comune del contrabbando di tabacchi da parte delle famiglie napoletane e di quelle siciliane. Numerosi altri riscontri, a riprova dei legami tra la famiglia camorrista dei Nuvoletta e gli uomini di Cosa Nostra, restano agli atti del primo "maxiprocesso" a Cosa Nostra. Sono state individuate, ad esempio, transazioni bancarie effettuate con assegni scambiati fra Michele Greco e Domenico Di Maro, utilizzati dai Greco per l'acquisto del fondo "Verbumcaudo"; il Di Maro, nell'occasione, ha rivestito il ruolo di prestanome, mentre l'operazione era riconducibile alla Banca Fabbrocini collegata ai Nuvoletta. E, ancora, durante una perquisizione in casa di uno dei fratelli Di Carlo, uomini d'onore della famiglia di Altofonte, gli inquirenti rinvenivano una fotografia raffigurante - oltre ad alcuni uomini d'onore siciliani - anche Lorenzo Nuvoletta.
Ancora alla fine degli anni Ottanta, ulteriori elementi di conferma dei legami tra le due organizzazioni criminali, venivano tratti dalla ragione sociale della società "Stella d'oriente" s.r.l., i cui soci gravitavano tutti all'interno dell'universo criminale legato ai Corleonesi di Riina e Provenzano e intorno al alcune famiglie camorriste del napoletano. Non meno antico e radicato è il rapporto tra Cosa Nostra e ‘Ndrangheta calabrese (Ciconte 1996). Singolare, ad esempio, il ruolo della Commissione di Cosa Nostra nella faida esplosa tra i clan della ‘Ndrangheta alla fine di ottobre del 1974, ricordata come la prima guerra di mafia calabrese, che dopo sei anni si concluse proprio grazie alla mediazione degli uomini d'onore siciliani. L'attività delittuosa programmata, dalle due consorterie criminali, è stata sviluppata - secondo uno sperimentato modulo logistico - da due distinte e autonome entità organizzative ed operative, radicate, rispettivamente, nel proprio territorio di origine, e coordinate, secondo uno schema consortile ovvero di jont venture. Il traffico internazionale di stupefacenti che ha coinvolto entrambe le associazioni mafiose, è stato sempre affidato ad una sorta di sottostruttura organizzativa distinta dai due sodalizi principali, ma comunque sempre riconducibile ai vertici dell'associazione mafiosa. Assumendo tutte le caratteristiche di un avanzato modello di impresa, seguendone le stesse logiche di specializzazione, crescita ed espansione anche nei mercati internazionali, famiglie mafiose e ‘ndrine calabresi hanno dato vita a strutture duttili, capaci di adattarsi alle esigenze del mercato, massimizzando le opportunità e minimizzando i rischi, con una comune programmazione e pianificazione delle illecite attività (Lupo 2002; Becchi 2002). Così, ad esempio, si organizzavano le grandi spedizioni di droga già all'inizio degli anni Ottanta, attraverso un affiatato sodalizio che vedeva in azione la famiglia mafiosa dei Ferrera (Cavadduzzi) di Catania e alcune ‘ndrine calabresi direttamente in contatto coi trafficanti libanesi. Lo schema non è cambiato neanche adesso, come dimostrano le più recenti acquisizioni giudiziarie; un esempio classico è quello dell'operazione Cartagena (ordinanza di custodia cautelare nr.136494 RG Gip Trib. Torino) che ha consentito la disarticolazione di un'agguerrita organizzazione dedita all'importazione di cocaina dal Sudamerica. È stato accertato che, dal 1991 al 1994, ben 11 tonnellate di cocaina erano state introdotte nel territorio nazionale. Le forniture dalla Colombia erano garantite da Alfonso Caruana, esponente della famiglia mafiosa dei Caruana-Cuntrera, che manteneva i contatti con i produttori sudamericani. Gli acquirenti della droga, invece, erano i rappresentanti delle più pericolose cosche della fascia jonica calabrese e cioè Giuseppe Mazzaferro, Giuseppe Pesce, Giuseppe Cataldo, Giuseppe Morabito e alcuni componenti della famiglia Barbaro. L'organizzazione utilizzava il porto di Genova per sbarcare i carichi di droga che, occultati in T.I.R. o containers, venivano poi trasferiti per lo spaccio più capillare nell'area torinese. Né si può tacere del rapporto tra ‘Ndrangheta e Camorra. Si cita qui, solo per esempio, quanto riferito dal collaboratore Pasquale Galasso al Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, nel corso della seduta del 13.7.1993,: "...se i referenti mafiosi devono ammazzare una persona in Campania, lo fanno subito ... questi i rapporti tra Cutolo e De Stefano Paolo di Reggio Calabria i quali ammazzarono un fedelissimo di Paolo De Stefano, il signor Canali a Marigliano, vicino a Napoli." (Commissione Antimafia - p. 2306). Le numerose inchieste giudiziarie e le attività investigative esperite in Campania e in Calabria hanno messo in luce l'articolazione dei rapporti tra le cosche calabresi e i clan camorristi, non sempre limitati ad un mero scambio di favori. In alcuni territori sotto il controllo della 'ndrangheta, infatti, si sono registrate cointeressenze di elementi camorristi campani in vari settori, come quello immobiliare. Presenze di questo genere in zone e settori di attività economicamente rilevante normalmente monopolizzate dalle 'ndrine, inducono a ritenere verosimili accordi e intese ben più profonde e significativee. Lo stesso Pasquale Galasso, per dare un'idea del livello di forte compenetrazione degli interessi tra i due sodalizi criminali, ha spiegato che "la zona di Scalea è sotto l'influenza di ... associati (camorristi, n.d.r.), Pepe Mario, Visciano Angelo di Boscoreale e Maiale. ...hanno realizzato diversi insediamenti immobiliari...soprattutto a Scalea" (Commissione Antimafia - seduta del 13.7.93, p. 2331).
A partire dalle considerazioni sopra esposte, la ricerca, attraverso un osservatorio pluridisciplinare fondato su contributi provenienti dall'area delle scienze socio-antropologiche, politologiche e giuridiche, si propone di verificare se e come i mutamenti imposti dalla globalizzazione dei mercati, dall'introduzione di nuove rotte e di nuovi canali nel traffico della droga, dalla diffusione della finanza illecita e dall'introduzione di nuove merci di illecito scambio, abbiano modificato anche la rete criminale, il sostrato culturale da cui trae alimento, il network imprenditoriale fra le tre grandi e storiche organizzazioni mafiose del Mezzogiorno - Cosa Nostra, Camorra e ‘Ndrangheta. Se, cioè, cambiato il contesto operativo e le sue modalità, sia cambiata la struttura relazionale tra le organizzazioni, i modelli culturali di riferimento, siano mutate le tipologie di scambio criminale, le connivenze, gli interessi, le tecniche e gli obiettivi che per oltre mezzo secolo, subito dopo il secondo conflitto mondiale, hanno suggellato un patto di scambio criminale, un potente e illecito consorzio di affari e delitti. L'ipotesi di partenza è che a) il rapporto fra le tre grandi organizzazioni criminali sia mutato nel tempo, conservando una sua sostanziale continuità, risentendo di alcuni elementi/variabili di tipo macro e microsociologico, nonché di fattori connessi alla dimensione politica e legislativa del nostro Paese; b) le tre organizzazioni abbiano riprodotto ed esportato il loro network criminale e culturale, strutturandolo in altre regioni dell'Italia e delocalizzandolo anche all'estero, imponendo canoni operativi analoghi a quelli seguiti nei territori del Mezzogiorno e adattandosi, in maniera vincente e efficace alle sfide della globalizzazione. L'obiettivo della ricerca è anche quello di verificare e comprendere se, parallelamente a questi processi di mutazione delle reti relazionali fra le tre grandi mafie del Mezzogiorno, siano intervenuti anche processi di interazione con altre associazioni malavitose presenti sul mercato criminale, operanti a cavallo tra il lecito e l'illecito, o piuttosto siano intervenute interazioni con soggetti attivi esclusivamente nel settore legale, con l'obiettivo di controllare le fasi terminali di grandi operazioni di riciclaggio. Ci riferiamo in particolare al nesso tra criminalità economica e criminalità organizzata, che vede una sempre più pressante presenza nel mercato del crimine dei cosiddetti colletti bianchi. La stretta interconnessione dei mercati finanziari, comporta, infatti la necessità di disporre, localmente, di basi di appoggio territorialmente radicate; così, le organizzazioni criminali mafiose - forti di un tradizionale controllo del territorio - costituiscono soggetti assolutamente appetibili per chi, pur formalmente fuori dalle medesime organizzazioni criminali, desideri intraprendere "senza eccessivi rischi" speculazioni economiche sullo scacchiere internazionale all'interno di mercati al confine della legalità I risultati di questo lavoro di verifica, che scaturiranno da un'analisi stratificata e in profondità, potrebbero rivelare elementi utili a comprendere i processi di trasformazione interna dei grandi consorzi criminali, ma anche le eventuali modalità di omologazione e saldatura con elementi omogenei ed eterogenei, esterni ad essi.
Alessandra Dino